Elezioni in sardegna

O del perché non ha vinto nessuno

Come di consueto dopo ogni tornata elettorale eccoci arrivati ad analizzare com’è andata. Attenzione: quelle che seguono sono mie riflessioni personali, non penso di avere la verità in bocca. Non solo, tutto quello che dirò non toglie niente alla vittoria di Alessandra Todde e del centrosinistra a cui va il mio in bocca al lupo per il lavoro non facile che si trovano davanti (nella speranza che Todde governi meglio di Raggi e Appendino altrimenti questa vittoria potrebbe trasformarsi in un boomerang pazzesco).

La vicenda Soru

Per evitare di essere ulteriormente accusato di non parlare del risultato di Soru partiamo proprio da lui. Credo sia chiaro a tutti che il risultato del terzo polo sardo sia stato ben inferiore all’aspettative, e grazie a una legge elettorale che pone una soglia di sbarramento per le coalizioni molto alta, il 10%, ciò non ha permesso alla coalizione che sostiene l’ex governatore della Sardegna di eleggere nessun consigliere. A ulteriore dimostrazione che questa legge elettorale non è esattamente un esempio in termini di rappresentanza e proporzionalità, se solo avesse fatto un’unica lista il suo risultato gli avrebbe permesso di avere dei consiglieri eletti. Tornando al tema ci dobbiamo chiedere come mai Soru abbia fatto questo risultato.

Prima di tutto si tratta pur sempre di elezioni regionali, ossia tornate elettorali a turno unico fortemente maggioritarie. Questo significa che la coalizione che prende un voto in più vince. A differenza del sistema elettorale dei sindaci, che prevede il ballottaggio, il sistema regionale disincentiva candidature terze perché vengono spesso schiacciate nel bipolarismo di centro destra e centro sinistra. Lo abbiamo visto molto bene negli anni con i pessimi risultati del Movimento 5 Stelle, imputabili in parte alla loro assenza sul territorio ma anche un sistema elettorale che punisce chi non si schiera in uno dei due campi.

Questo vale soprattutto in un’elezione contesa come quella sarda, in cui sia il centrosinistra che il centrodestra ragionavano in ottica nazionali e di conseguenza il voto si è trasformato in un referendum sul governo. A pesare ulteriormente sul risultato di Soru è stato il veto posto da Azione verso Italia Viva che ha impedito al partito di Matteo Renzi di presentare una propria lista o di comparire insieme a quella di Azione e +Europa nella loro lista comune. Certamente questo non avrebbe cambiato radicalmente il risultato, ma quando si è in pochi forse sarebbe meglio evitare i veti e cercare di prendere più voti possibili. Anche perché, dobbiamo dircelo, vedere la lista comune +Europa-Azione sotto l’Alleanza Verdi-Sinistra non è esattamente edificante.

Io credo che, a questo punto, le forze liberaldemocratiche si dovrebbero interrogare sulla presenza o meno di uno spazio al centro che possa rompere questo bipolarismo. Lo dico senza pensare di avere la risposta, in quanto sono il primo a riconoscere la difficoltà, soprattutto nei contesti maggioritari, di presentare un’opzione terza alternativa a centrodestra e centrosinistra. Sono anche consapevole che in molti casi sia impossibile pensare di allearsi con uno dei due poli. Questo ragionamento credo sia fondamentale perché dobbiamo capire se il nostro obiettivo è correre per vincere, e questo significa dover necessariamente trovare accordi con le altre forze politiche, oppure se vogliamo correre solo con l’obiettivo di rappresentare un’aria indipendentemente dal fatto che poi potremmo non avere peso in termini di eletti. Forse, prima ancora di iniziare a pensare a questo, potremmo intestarci una battaglia per cambiare queste leggi elettorali regionali che comprimono sistematicamente la rappresentanza cercando di adeguarle, ad esempio, al modello dei sindaci che con la possibilità di ballottaggio e di apparentemente quantomeno evita storture troppo evidenti.

Truzzu, il grande sconfitto

Passiamo ora al campo del centrodestra, il grande sconfitto di questa tornata elettorale. Dopo una partenza non esattamente brillante che ha visto il licenziamento in corsa del presidente uscente Solinas, fortemente sostenuto da Salvini, a favore del sindaco di Cagliari Truzzu sostenuto da Fratelli d’Italia e da Giorgia Meloni, sembrava comunque che la destra sarebbe stata in grado di tenersi l’isola. Certo, forse si poteva pensare che sostituire il Presidente di Regione meno amato d’Italia con uno dei sindaci meno amati del paese non fosse una buona idea, ma si sa che alle volte l’ego smisurato porta a errori. Questo eccesso di sicurezza ha fatto sì che il centrodestra stesso collaborasse a trasformare un’elezione locale in un referendum nazionale sul gradimento del governo. La continua presenza di membri dell’esecutivo in Sardegna non ha fatto altro che rafforzare l’impressione che domenica si votasse non tanto per scegliere il governatore della regione, ma per il nuovo presidente del consiglio. Questo atteggiamento di dare valore nazionale o un’elezione locale, che abbiamo visto troppe volte, in realtà è uno dei problemi italiani perché fa sì che i temi regionali vengano messi in secondo piano e che tutta la campagna elettorale sia giocata in ottica nazionale, dimenticando che però il vincitore dovrà anche governare, possibilmente bene. 

Detto questo è interessante notare come se non ci fosse stato il voto disgiunto, ossia la possibilità di votare una lista collegata a un altro candidato presidente (ad esempio voto lista Lega ma come presidente scelgo Todde, e l’esempio non è casuale), oggi Truzzu sarebbe il governatore eletto. Sì perché il voto di lista ha favorito nettamente il centrodestra, che rispetto al centrosinistra è avanti di circa sei punti. Questo significa che c’è una fetta consistente di elettori di centrodestra, probabilmente leghisti o simpatizzanti del partito sardo d’azione, che in cabina elettorale hanno deciso di punire fratelli d’Italia e Truzzu per l’umiliazione che hanno inferto Solinas decidendo di votare per la Todde. Senza questo tradimento quindi possiamo dire con certezza che il centrodestra avrebbe mantenuto il governo dell’isola.

Ma quali conseguenze può avere questo voto a livello nazionale? La prima è quella di, probabilmente, accelerare la caduta di Salvini che oltre ad aver sacrificato un suo governatore ha portato la Lega a prendere poco meno del 4%. Ormai leader leghista è sempre più isolata all’interno del partito e dopo la bocciatura del terzo mandato che avrebbe interessato governatori leghisti di peso come Zaia e Fedriga, il rischio che qualcuno gli faccia le scarpe è molto alto. Quello che possiamo sperare è che prima di essere accompagnato gentilmente alla porta, metta abbastanza in difficoltà il centrodestra da rendere contenibili anche le altre regioni al voto se non, addirittura, di ripetere l’esperienza del 2019 con la crisi di governo del Conte I.

La vincente per merito della destra Todde

Passiamo ora alla sacra alleanza PD e Movimento 5 Stelle, da ore osannata dai rispettivi dirigenti e simpatizzanti come se avesse permesso loro di vincere le politiche. Lungi da me voler fare l’uccello del malaugurio ma è chiaro che una riflessione più approfondita di “abbiamo vinto” vada fatta. Questo non vuole togliere niente alla vittoria di Alessandra Todde che anzi arriva inaspettata stando almeno ai sondaggi pre elezioni, ma sono convinto che non ci possa essere nulla di più pericoloso in questo momento di interpretare male i dati elettorali. Se quindi è innegabile che Todde abbia vinto dobbiamo anche avere l’onestà intellettuale di riconoscere che l’abbia fatto spuntandola all’ultimo voto, così come dobbiamo anche osservare come, in realtà, abbia vinto soltanto il voto al candidato presidente visto che le sue liste sono di circa sei punti sotto quelle del centro destra. Come abbiamo detto ciò significa che se Todde è riuscita a vincere non l’ha fatto solo ed esclusivamente per merito suo, ma è stato possibile grazie al voto di una parte degli elettori di centrodestra che per punire Fratelli d’Italia ha preferito votare Todde. Questo dato è fondamentale perché dimostra come in Sardegna il centrodestra abbia ancora la maggioranza e che la luna di miele del governo non si sia per nulla interrotta, anzi. Se infatti guardiamo i voti di lista osserviamo come il centro destra passi dal 40,5% delle politiche al 48,8% delle regionali, mentre il centrosinistra passi dal 48,8% di PD e 5Stelle al 42,6% di oggi.

Fatemi fare qui una riflessione: avendo presente questi dati ha avuto senso dire no ai voti di Soru rifiutando le primarie? Può sembrare una domanda banale ma non lo è. Se si fosse andati tutti insieme, infatti, la vittoria del centrosinistra sarebbe stata piena e non all’ultimo voto. Probabilmente inoltre sarebbe stato una vittoria anche a livello di liste e non solo di candidato presidente. Lo dico perché pensare di poter prendere a modello una elezione in cui si vince per le defezioni di una parte della destra e grazie al voto disgiunto credo sia un errore grave. Basti pensare al fatto che le prossime elezioni regionali siano quelle abruzzesi, dove il voto disgiunto non è permesso e dove quindi un effetto Sardegna non sarebbe riproponibile. Bisogna però notare che in Abruzzo, a differenza della Sardegna, le forze dell’opposizione sono tutte unite intorno a un unico candidato, cosa che in Sardegna non è avvenuta. Faccio anche notare che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto il 7,8%, nonostante fosse la lista che esprimeva il candidato presidente. Un risultato che ribadisce ancora una volta l’inesistenza del Movimento a livello territoriale. 

Ora però viene la vera sfida: governare. Sembra una cosa semplice ma il Movimento 5 Stelle ha sempre dimostrato di avere un grosso problema nel momento in cui passa da forza di opposizione a forza di maggioranza. Inoltre questa è la prima volta in cui i 5 Stelle governano una regione, ed è anche la prima volta in cui in una competizione regionale vince l’alleanza tra PD e Grillini. Sarà quindi un esperimento da tenere in considerazione perché potrebbe andare molto bene o, speriamo di no, molto male.