L'importanza dei Pride

In un momento in cui i diritti vengono compressi è importante scendere in piazza

L’importanza del Pride

Come sempre dalla mia prima parata nel 2019, anche quest’anno ho partecipato con orgoglio al Milano Pride. Un Pride ancora più importante perché, dobbiamo essere onesti, viviamo in un momento storico dove i diritti e le libertà civili sono sempre di più messi in discussione. Non parlo solo del nostro paese, dove la crociata della destra contro i diritti non si è mai fermata, ma anche del resto del mondo dove sempre di più quei diritti che ritenevamo ormai come incisi sulla pietra sono stati messi in discussione. Si pensi solo agli Stati Uniti che rischiano di rivedere Trump alla Casa Bianca, l’uomo grazie al quale nella più grande democrazia del mondo (a loro dire almeno) non è più possibile abortire. Ma non parlo soltanto di diritti e libertà civili in senso stretto. Siamo infatti in una congiuntura storico-politica dove anche il diritto di voto, la libertà di stampa e di movimento sono messe in dubbio da un’onda populista che ha travolto ormai gran parte dell’Occidente. Uno tsunami che si porta con se una polarizzazione ed estremizzazione sempre più evidente che trasforma ancora di più la politica in tifo da stadio, dove chiunque non la pensa come me diventa il mio nemico (e non più il mio avversario).

Una polarizzazione che si è vista anche nei Pride di quest’anno, che proseguendo su una strada già tracciata da tempo hanno perso il loro carattere apartitico a favore di un posizionamento apertamente a sinistra. Per quanto sia innegabile che la sinistra abbia in Italia un monopolio - almeno a parole perché nei fatti non è stato fatto nulla dalle unioni civili in avanti - sul tema, questo rischia di escludere una fetta di persone che sui diritti la pensano come noi ma su altri temi collaterali no. Questo è il risultato di voler ostinatamente unire battaglie non sempre sovrapponibili. Perché se è vero che diritti sociali e civili vanno a braccetto non possiamo dimenticarci che la comunità LGBT+ non è e non sarà mai un omogeneo gruppo di persone che la pensa allo stesso modo su tutto, ma un gruppo di individui distinti, con storie diverse e posizioni politiche diverse. Esempio di quello che sto dicendo è la mancata partecipazione della comunità ebraica LGBT+, che non si è sentita al sicuro a marciare in un Pride che vieta loro di esporre i propri simboli a partire dalla Stella di David (che non è il simbolo di Israele) e che sposa slogan come “dal fiume al mare”. Una decisione che dovrebbe farci riflettere tutti, perché se chi per primo ha sperimentato gli effetti degli stereotipi e delle discriminazioni non riesce a costruire spazi sicuri per tutti coloro che si rispecchiano nelle battaglia per la libertà individuale, per i diritti e per l’uguaglianza allora c’è un problema. Ma lo stesso discorso si può fare con la comunità LGBT+ che vota a destra che difficilmente può sentirsi a casa sua al Pride per come lo conosciamo. Basterebbe però voltarsi indietro e guardare le grandi battaglie sui diritti che si sono fatte in questo paese, tutte sono riuscite non grazie al settarismo, ma alla collaborazione tra forze politiche molto diverse tra loro, unite però su un tema, quello delle libertà civili, che sempre dovrebbe essere trasversale. Pensiamo alla legge sull’aborto votata da sia dai comunisti che dai liberali o alle unioni civili passate grazie al voto congiunto di PD e Alternativa Popolare di Alfano. Qualcuno ribatterà che queste mediazioni hanno portato a leggi monche e imperfette. È vero. Ma l’alternativa era non avere una legge, e per quanto mi riguarda una norma, per quanto imperfetta, scritta in Gazzetta ufficiale vale mille volte di più della legge migliore possibile ma che resta solo sulla carta.

Ma allora perché sono sceso in piazza? Per lo stesso motivo per cui ero in piazza il 25 aprile nonostante le differenze con molte delle sigle presenti, perché il tema dei diritti non può e non deve essere un monopolio di una parte politica. Perché sogno prima o poi un Pride in cui a sfilare siano le bandiere di tutto l’arco parlamentare, da destra a sinistra passando per il centro. Perché credo che nessuno possa permettersi di dare patenti di legittimità e dire chi può o meno sfilare alla parata. E soprattutto perché penso che se il tema dei diritti perde la sua trasversalità allora non potremo mai pensare di fare passi avanti. Di passi avanti ancora se ne devono fare tanti, da una legge sul matrimonio egualitario che superi la discriminazione oggi in vigore tra famiglie di serie A e serie B, una riforma delle leggi su filiazione e adozione, una norma contro l’omobitransfobia, la creazione di case rifugio per giovani LGBT+ in pericolo, educazione sessuale e affettiva nelle scuole, semplificazione delle procedure per il cambio di genere e tanto altro ancora. Battaglie urgenti e necessarie per rimettere il nostro paese al pari del resto d’Europa in modo da non essere più il fanalino di coda dell’Occidente.

Per questo, nonostante tutto, il Pride rimane essenziale. Perché nella società di oggi, dove più della metà degli aventi diritto non vanno a votare, dove gli iscritti ai partiti sono sempre meno e dove la politica sembra ormai non interessare più a nessuno, riuscire nonostante il caldo e il rischio mal tempo a portare in piazza oltre 350mila persone è un risultato importantissimo. Centinaia di migliaia di persone che hanno marciato per dire una cosa tanto semplice quanto forte: sui diritti si può solo andare avanti, non vi permetteremo di fare alcun passo indietro. Una folla che va a sommarsi ai numeri record dei Pride che si sono già tenuti nel resto del paese a partire da quello di Roma che contato oltre un milione di partecipanti. Numeri che dovrebbero far aprire le orecchie di una politica che ancora ha troppa paura di prendere posizione sul tema, timorosa di infastidire qualcuno e non rendendosi conto che il paese è molto più avanti di quanto non siano i leader di partito e le loro seconde linee. Una considerazione che faccio non senza spirito critico anche per i sedicenti liberali che quando si tratta di diritti civili appaiono spesso più conservatori mancati. Ed è ancora più importante partecipare nel momento in cui organizzare un Pride è qualcosa di complesso, sia in termini economici (motivo per cui spesso si ricorre alla collaborazione di sponsor) che logistici. Uno sforzo enorme per le associazioni che se ne fanno carico e a cui va tutta la mia Gratitudine. Ma un ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno permesso di rendere il Pride il successo che è stato, dai volontari agli autisti dei carri, dal servizio d’ordine alla protezione civile e la Croce Rossa fino alle forze dell’ordine che hanno garantito una manifestazione sicura, ordinata e senza incidenti.

Conclusione

Sono contento di potervi annunciare che ho iniziato a collaborare con WeAre Milano, un progetto gestito dalla Generazione Z (la generazione dei nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2012 a cui appartengo per il rotto della cuffia), che si occupa di raccontare quello che accede nella nostra città dal punto di vista dei più giovani.

Con loro ho già pubblicato due video, il primo sul suicidio del Rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli (lo trovate qui) e il secondo sulle polemiche scaturite dal no di Regione Lombardia a patrocinare il Milano Pride (lo trovate qui).

Post Scriptum

Da pochissimo si è concluso il primo turno delle elezioni legislative francesi, indette dal Presidente Macron all’indomani del risultato delle elezioni europee che hanno segnato un brusco crollo della maggioranza presidenziale (ferma al 14,6%) e la vittoria netta e di ampio respiro del Rassemblement National (che ha superato il 30%). La tornata elettorale, caratterizzata da una partecipazione record che ha portato l’affluenza al 67,7% (quasi 20 punti in più rispetto alle precedenti legislative), ha visto il trionfo netto della coppia Le Pen - Bardella che non sfondano però quota 35% come previsto da alcuni sondaggi. Segue a breve distanza il Nuovo Fronte Popolare, il cartello che riunisce tutte gran parte delle forze di sinistra, dai socialisti ai verdi passando per la sinistra radicale di Mélenchon. Al terzo posto troviamo la Maggioranza Presidenziale guidata dal giovanissimo premier Attal che si ferma al 20% perdendo 5 punti dal 2022 e 12 dal 2017. Al di la però dei risultati del primo turno che lasciano il tempo che trovano - tutto infatti sarà deciso al secondo turno - è interessante notare la reazione delle principali forze politiche a questi risultati. Ad eccezione dei Repubblicani che hanno lasciato agli elettori libertà di voto il Nuovo Fronte Popolare e la Maggioranza Presidenziale hanno deciso ai ballottaggi di sostenere i reciproci candidati per non cedere nessun voto alla destra estrema. Una decisione non facile, soprattutto per i liberali che dovranno votare per una coalizione che al suo interno ha una forza, quella di Mélenchon, che ha posizioni filorusse, no-Nato, vagamente antisemite e promette ricette economiche insostenibili. Ma è una decisione necessaria perché per quanto Mélenchon sia pericoloso, lui è solo uno dei soggetti che fa parte del Nuovo Fronte Popolare e oltre a lui ci sono forze di buon senso che meritano il voto molto di più dell’estrema destra di Le Pen.

VI saluto e vi mando un abbraccio virtuale

Luca

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