Ripensare il centrosinistra

Dopo le elezioni in America non si può più rimandare

La sconfitta di Kamala Harris è qualcosa che dovrebbe farci riflettere profondamente. Che l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti abbia perso contro un uomo accusato di molestie sessuali, dichiaratamente razzista e misogino e che oltre a inneggiare nel 2020 a un colpo di Stato dopo la sconfitta contro Biden aveva dichiarato in campagna elettorale che non avrebbe riconosciuto una sua eventuale sconfitta, non può che essere un campanello d’allarme per tutto il mondo progressista.

È vero, la candidatura di Kamala Harris aveva tante criticità (dal cambio in corsa con Biden a pochi mesi dal voto e senza passare dalle primarie a un vice sulla cui scelta permangono forti dubbi) ma la sconfitta, per molti inaspettata per me più che probabile, lascia comunque l’amaro in bocca.

Che Il centrosinistra ovunque fatichi a uscire dalle città e raggiungere le masse è cosa nota, ma il voto di ieri mette in luce ulteriormente la difficoltà che i progressisti stanno vivendo nell’ultimo periodo. Col tempo abbiamo finito per chiuderci in un elitarismo insopportabile, autconvincendoci di essere portatori di una superiorità morale e valoriale che esiste solo nella testa di chi ci crede. Il centrosinistra ha finito per non fare più politica, ma è salito in cattedra a dare lezioni non richieste. Invece di spiegare le proprie proposte, convincere i cittadini della bontà del proprio progetto e ascoltare i bisogni, le paure e le preoccupazioni delle persone i progressisti, come novelli Mosé con le tavole della legge, si sono sempre più spesso presentati agli elettori come portatori dell’unica e sola verità possibile.

Chi non la pensa come noi sbaglia, chi non condivide la nostra visione del mondo e della società è, in base alla situazione, misogino, razzista, omofobo, ignorante, fascista o tutte queste cose messe insieme. Alle paure rispondiamo, se va bene, con il minimizzare il problema, se va male negandolo e attaccando chi quelle preoccupazioni le espone. Hai paura a girare per strada la sera? È solo percezione non ti devi preoccupare. L’immigrazione clandestina ti preoccupa e hai paura che possa portarti a perdere il lavoro? Rispondiamo che i migranti sono una risorsa, che ne abbiamo bisogno e che serve anzi più immigrazione. Hai una visione etica diversa e hai dei dubbi su temi complessi e delicati come fine vita, gpa, legalizzazione delle droghe leggere? Sei un bigotto reazionario. L’innovazione digitale ti preoccupa? È perché non ne vedi le potenzialità.

Pazienza se poi queste masse di elettori, sentendosi ignorati, se non addirittura traditi, dal centrosinistra votano dall’altra parte. Pazienza se anche fasce elettorali storicamente bacino per le forze progressiste oggi sempre di più finiscano per sostenere i partiti conservatori. Alla fine la cosa più facile da fare è incolpare gli elettori di aver votato male. Tanto la colpa è sempre al di fuori di noi no?

Non fraintendetemi, non voglio dire che le battaglie sui diritti e sulle libertà civili non servano. Non sto nemmeno dicendo che su temi come l’immigrazione o la rivoluzione digitale, dobbiamo abbracciare la filosofia conservatrice delle destre. Quello che voglio dire è che se da una parte questo tipo di battaglie vanno spiegate e non imposte, costruendo un substrato culturale fertile a questo tipo di idee, dall’altra non possiamo mai dimenticarci che se una persona non riesce ad arrivare a fine mese perché non ha un lavoro o ne ha uno sottopagato o non ha un tetto sulla testa, difficilmente avrà altre priorità al di fuori di quelle. Per cui torniamo a parlare di lavoro, di politica industriale, di salari, perché forse quando ci dicevano che parlavamo troppo di diritti civili e poco di quelli sociali non avevano tutti i torti. Forse quando ci dicevano che eravamo “radical chic” invece che ridere e appuntarci quell’etichetta con orgoglio sul petto dovevamo chiederci perché posizioni per noi di buon senso venissero viste come secondarie e futili. Magari invece di gongolarci del fatto che ci chiamino professoroni sarebbe stato meglio interrogarsi sul perché le nostre proposte venissero viste come qualcosa di complesso e lontano dai bisogni veri del paese.

Io sono il primo che deve fare autocritica e deve mettersi in dubbio, lo so bene. Come so bene che non sarà facile provare a costruire un nuovo paradigma politico. Ma va fatto. Ci vorrà tempo per ricucire lo strappo sempre più ampio che c’è tra il paese reale e il centrosinistra, ma solo ripartendo da zero si può sperare di costruire un argine solido e duraturo che possa tenere a freno l’onda nera populista che sembra ormai inarrestabile.

Ora è il tempo di rimboccarsi le mani, tornare a parlare con le persone, soprattuto con chi non la pensa come noi. Provare a riconnettersi con quella che chiamiamo pancia del paese, con i bisogni profondi delle persone. Senza giudizi, senza cercare di convincerli a pensare come vogliamo noi. Serve ascolto, ascolto e ancora ascolto.