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A ruota libera - #007
Uno spazio aperto di riflessione su quanto accade intorno a noi
Pace o condizionatori?
Ha fatto molto parlare di sé la frase del presidente Draghi il quale, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che dobbiamo decidere se preferiamo la pace o il condizionatore acceso tutta l'estate. Certo, posta in questo modo sembra un'uscita stonata, che fa storcere il naso ma bisogna essere consapevoli che il concetto alle spalle è molto più complesso e merita di essere affrontata.
Partiamo dal principio. Come mai negli ultimissimi giorni si sta parlando così insistentemente di rendere il nostro paese (e l'Europa tutta) energicamente indipendente? Molto semplice: per contrastare la macchina bellica di Putin l'Unione Europea sta andando nella direzione di porre un embargo su gas e petrolio provenienti dalla Russia (dopo aver già posto un divieto sull'importazione di carbone proveniente da Mosca a partire dal prossimo agosto). Per chi non lo sapesse ogni giorno il vecchio continente versa circa un miliardo di euro al giorno alle aziende energetiche russe. Attraverso questi versamenti non solo Putin può finanziera la sua azione militare in Ucraina ma evita anche al rublo di crollare ulteriormente (le aziende che ricevono euro sono infatti obbligate a convertirli in rubli).
Questo cambiamento però non sarà facile né tanto meno economica. Basti infatti pensare come l'Italia importi circa il 40% del totale del gas che arriva nel nostro paese dalla Russia e che, con questo gas, produciamo circa il 20% di tutta l'energia elettrica consumata in Italia. Se oggi siamo ridotti così è perché per anni ha prevalso il populismo energetico dei no (no nucleare, no gas, no TAP ecc.) che ha generato una politica energetica incapace di sopperire ai bisogni nazionali. Ora io non voglio dire che bisogna dire sì a qualsiasi progetto ma trovo paradossale come negli ultimi anni, oltre a interrompere l'estrazione di gas nel Mediterraneo, si sia anche bloccata l'installazione di nuovi impianti rinnovabili (ricordiamo da ultima la moratoria voluta dalla grillina Lombardi che siede oggi come Assessora alla transizione ecologica nella giunta della regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti). Se nel primo decennio del duemila il nostro paese era in cima alle classifiche UE per il maggior numero di megawatt installati (soprattutto grazie agli impianti solari), nel decennio successivo abbiamo vissuto un importante rallentamento che ci ha portato a perdere diverse posizioni in classifica. Io mi chiedo: davanti alla crisi climatica che ci attanaglia e mette a repentaglio la nostra sopravvivenza come si può tollerare che la burocrazia e la scarsa visione politica blocchino persino le rinnovabili?

Avec vous!

Si è svolto domenica il primo turno delle eleziono presidenziali francesi. Tanti i candidati che si sono sfidati (ben 12) ma la versa sfida si concentrava sulla corsa a tre tra il presidente uscente Macron (liberale), la leader del Rassemblement National (estrema destra nazionalista e xenofoba) Marin Le Pen e il segretario La France Insoumise (sinistra radicale e populista) Jean-Luc Mélenchon.
Prima di cominciare a parlare di com'è andato il voto forse dobbiamo velocemente rivedere come funziona il sistema politico francese. Prima di tutto è utile ricordare che la Francia è una repubblica semi-presidenziale in cui i cittadini eleggono direttamente il capo di stato (che detiene il potere esecutivo insieme al Primo Ministro). Il presidente viene eletto con un sistema a doppio turno (l'unico modo per essere eletti al primo turno è ottenere la maggioranza assoluta dei voti). Il ballottaggio si svolge tra i due che al primo turno hanno ricevuto il maggior numero di consensi.

Come accennavo all'inizio sono stati tre i principali protagonisti di questa elezione anche se, ad accedere al secondo turno, sono solo due: Macron e Le Pen (replicano, seppur con un maggior distacco, quanto abbiamo visto nel 2017). Secondo me ci sono 4 elementi da considerare rispetto a questa tornata elettorale:
Non c'è stato quel sorpasso tra Le Pen e Macron di cui tanto si era parlato negli ultimi giorni di campagna elettorale. Stando ai giornali francesi pareva infatti si andasse verso un testa a testa fra i due principali candidati che si sarebbe risolto solo con un conteggio all'ultimo voto. Fortunatamente non è stato così e non solo il sorpasso non c'è stato ma il distacco tra i due è stata di quasi 5 punti.
Se un testa a testa c'è stato è quello tra gli opposti populismi di Le Pen e Mélenchon distanziati da circa un punto percentuale (meno di 500 mila voti). Un risultato imprevedibile per il leader della sinistra radicale francese che da una parte dimostra sia la vivacità della sinistra d'oltralpe (che seppur populista sempre sinistra rimane) mentre dall'altra smonta il mito dell'invincibilità della Le Pen.
I partiti storici della politica francese, ossia i Socialisti e i Repubblicani, scompaiono dalla scena. Se nel 2012 i due partiti insieme valevano quasi il 60% da lì in poi si è andati verso un lento e (pare) inesorabile declino. Dopo una performance non brillante nel 2017 dove i socialisti (appesantiti dal governo Hollande che non ha brillato) presero poco meno del 6,5% mentre i Repubblicani si assestarono introno al 20%, i due partiti sono andati totalmente in rotta a queste elezioni. I motivi sono tanti, uno fra tutti una competizione molto forte che ha schiacciato i due partiti classici tra i liberali di Macron (che pesca da destra e da sinistra) e gli opposti estremismi. Per fare un paragone possiamo citare quanto accaduto a Forza Italia il cui elettorato si è andato via via riducendosi passando in parte ai centristi (Coraggio Italia, Italia Viva, Azione/+Europa ecc.) in parte a Lega e Fratelli d'Italia.
Il quarto e ultimo punto che secondo me è importante trattare è il comportamento di Mélenchon il quale, pura avendo indicato Le Pen come il male da evitare, ha invitato i suoi sostenitori a decidere tra il voto a Macron o l'astensione. Sarà proprio l'astensione che segnerà il secondo turno per cui bisogna stare molto attenti alle mosse di questo elettorato il quale potrebbe decidere chi sarà il prossimo Presidente francese. Se gli elettori della sinistra sceglieranno di votare Macron il Presidente uscente può dormire sonni abbastanza tranquilli, se prevarrà l'astensione la vittoria potrebbe allontanarsi.
Paradosso dell'accoglienza
Stando agli ultimi dati forniti dall’UNHCR (ossia l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e dall’Unione Europea, sembra che siano quasi 4 milioni i profughi ucraini che, nell’ultimo mese, hanno abbandonato la loro patria per cercare ospitalità nei paesi circostanti. Di questi, 3 milioni sono già riusciti a trovare rifugio nei paesi dell’Unione Europea, principalmente in Polonia, che ne ospita oltre 2 milioni. Il dato racconta però solo una parte del dramma che stanno vivendo gli ucraini in questo ultimo mese: a questo numero, già importante, di persone vanno infatti sommati almeno 6 milioni e mezzo di sfollati interni, molti dei quali provenienti dalle regioni dell’est più duramente colpite dal conflitto. Se il fatto che circa un quarto della popolazione ucraina è attualmente composto da rifugiati o sfollati non fosse sufficientemente grave, va considerato anche che, sempre basandoci sulle stime UNHCR, ci sarebbero ulteriori 13 milioni di persone bloccate nelle zone colpite che non sono però in grado di mettersi in salvo. Inutile dire come questi numeri siano in continua crescita.
Un altro fattore interessante è che, fino allo scoppio della guerra, il principale paese d’arrivo dei migranti ucraini era la Federazione Russa, che accoglieva circa il 40% degli emigranti ucraini (dati progetto FORM@2). Oggi invece gli ucraini che scelgono di recarsi a Mosca sono meno del 7% (ossia poco più di 270 mila persone).
Quello che più colpisce di questa vicenda è il radicale cambiamento nell‘atteggiamento della destra europea, a partire proprio da quei leader, come Salvini, Orban e Morawiecki, che fino al mese scorso erano i più duri oppositori delle politiche d’accoglienza europee e che oggi riscoprono il loro animo umanitario e solidaristico.
Questo è solo un breve stralcio di un articolo molto più articolato che ho pubblicato su Alter Think e che potete trovare qui: 👉🏻https://alterthink.it/il-paradosso-dellaccoglienza-ucraina/
Milano città per giovani?
Milano gode della fama della città internazionale, un magnete capace di attirare le migliori menti della penisola con un'attenzione particolare per i giovani. Ma è vero? Si e no. Milano è sì la città delle opportunità lavorative e accademiche ma negli ultimi anni si è sempre più dimostrata essere una città per pochi fortunati che possono permettersi i suoi prezzi in continua crescita. Ormai venire a Milano a studiare o lavorare diventa possibile solo se hai una famiglia benestante capace di sostenerti o se sei pronto a fare enormi sacrifici per mantenerti con le tue forze.
Di questo tema avevo già parlato nel mio intervento alla prima assemblea di Italia Viva Milano (per chi volesse ascoltare il mio intervento di tre minuti può farlo qui: 👉🏻https://bit.ly/3LX2J8N ) ma credo sia importante tornarci.
Pensiamo ad esempio come il prezzo medio di una camera singola in una casa condivisa sia intorno ai €500/al mese (spesso in nero) e di come i prezzi degli affitti non siano più di tanto stati toccati dalla pandemia. Prezzi alti anche per chi lavora (ma chi lavora difficilmente vuole vivere a lungo in un contesto di condivisione abitativa) pensate per uno studente. Non solo. Spesso e volentieri poi, le case che il mercato immobiliare mette a disposizione, sono vere e proprie catapecchie, indegne persino per un animale figuriamoci per farci vivere delle persone.

La nostra città sconta non solo la carenza di posti letto pubblici o comuqnue legati alle università (in questa direzione vanno alcuni interventi di riqualificazione come quelli dell'ex macello, dello scalo romana o di Rogoredo dove sorgeranno nuovi studentati) ma in generale una mancanza di strutture abitative adatte a ospitare le nuove forme dell'abitare. La nostra città è ancora ricca di case medio-grandi quando la richiesta si concentra soprattutto su mono e bilocali.
Il riflesso di questa ostilità della nostra città verso i più giovani si vede anche nella demografica dei nuovi e vecchi milanesi. La nostra città infatti vede ogni anno aumentare la sua età media e una riduzione della percentuale di giovani che nemmeno l'arrivo di stranieri riesce a invertire. Dobbiamo essere consapevoli che se Milano non riesce a rompere questo circolo vizioso non avrà modo di continuare a crescere e svilupparsi. O Milano torna a essere la città di tutti, aperta a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco, o non esiste. Non c'è spazio per una Milano d'élite abitata solo da professori universitari, manager e figli della società bene.
Conclusione
Quando si parla di Francia credo ci sia una sola opera d'arte di cui si può parlare: la Gioconda. Questo quadro nasconde veramente tante curiosità la prima è sicuramente legata alle sue dimensioni. Chi la vede per la prima volta infatti, anche grazie all'allestimento proposto dal Louvre, rimane colpito dalle piccole dimensioni di questa tavola (77x53 cm). Una seconda curiosità sta nello sfondo: in quest'opera Leonardo esprime al meglio una delle sue grandi innovazioni artistiche ossia la prospettiva aerea (ossia una forma di prospettiva che si basa sull'utilizzo materico dell'atmosfera per dare un senso di profondità all'opera). Ultima curiosità degna di nota è che la Gioconda, nonostante quanto si dica, non è in Francia perché portata via da Napoleone durante le campagne d'Italia bensì venne donata da Leonardo stesso al re di Francia Francesco I che l'aveva ospitato da quando si trasferì in Francia nel 1515.

Vi saluto e vi mando un abbraccio virtuale
Luca
(Chi volesse seguirmi anche sulle mie varie pagine social per non perdersi nulla può farlo da qui:👉🏻https://linktr.ee/Luca.Bellinzona )