A ruota libera - #013

Uno spazio aperto di riflessione su quanto accade intorno a noi

Problema quorum

Come facilmente prevedibile i referendum sulla giustizia sono stati un fallimento in termini di partecipazione con un'affluenza che si è assistita poco sopra il 20%. Tanti i motivi di questa debacle e credo sia utile vederli assieme:

  • Primo fra tutti la data. Sembra banale ma il giorno scelto per il voto conta, soprattutto in un paese dove la disaffezione verso la politica è diffusa quanto le zanzare d'estate. Il weekend dell'11-12 giugno è stato il primo fine settimana dopo la chiusura delle scuole. Questo, sommato alla fine di ogni restrizione per il covid19 e al bel tempo, ha portato molti italiani ad andare via per qualche giorno. Forse permettere il voto anche di lunedì avrebbe potuto aumentare (seppur forse di poco) l'affluenza.

  • Altro importante fattore da tenere a mente è che quasi 5 milioni di italiani sono sistematicamente esclusi dal diritto di voto. Stiamo parlando degli studenti e dei lavoratori fuorisede che vivono in una città diversa da quella di residenza. Per loro l'unico modo di esprimere il proprio diritto di voto è tornare a casa (con tutte le spese che ciò comporta) e recarsi al proprio seggio. Di recente si era tentato di approvare una norma che permettesse il voto fuori sede ma non è andata in porto. A questi 5 milioni si sommano poi circa 4 milioni di anziani che hanno difficoltà di mobilità e non sempre sono in grado di andare a votare fisicamente.

  • Terzo e ultimo fattore da tenere in considerazione è la sistematica assenza di discussione sul tema. Tra il disinteresse misto a ostilità dei partiti politici (5 stelle in primis) e dei media (pensiamo a Repubblica che ha rotto il silenzio elettorale per invitare a votare no) non si è minimamente parlato di questi quesiti.

Ho volontariamente evitato di citare un'argomentazioni molto diffusa tra chi si gongola del mancato raggiungimento del quorum: la complessità dei quesiti. Vediamo di sfatare un mito ossia che essa non ha mai influito sulla volontà di andare a votare. Faccio un esempio semplice. Nel 2011 si andò a votare quattro quesiti referendari: due sull'acqua pubblica, energia nucleare e legittimo impedimento. I referendum passarono con una partecipazione di quasi il 55% nonostante, salvo la Sicilia, non ci fossero elezioni amministrative a trainare l'affluenza. Ma dove voglio arrivare? Chi di voi si ricorda i quesiti sull'acqua pubblica sarà ben consapevole di come fossero molto più complessi rispetto a quelli sulla giustizia. Eppure sono passati. Il motivo? Molto semplice: la campagna elettorale è stata efficace e ha convinto i cittadini a votare. Per chi non se li ricorda ve li lascio qui.

Detto questo il tema centrale resta quello del quorum. Noi, già nel 2026, dicevamo che il quorum andava modificato ma il nostro appello cadde inascoltato (se non apertamente osteggiato). Oggi tutti si rendono conto che se già si fa fatica a raggiungere il 50%+1 dei voti per le amministrative il rischio è che si arrivi sempre di più a far votare i referendum (con la raccolta firme digitale le 500 mila firme si raggiungono in pochi giorni) senza mai raggiungere il quorum. Forse sarò nostalgico ma tornare alla proposta di alzare la raccolta firme a 800 mila e abbassare il quorum al 50% delle precedenti politiche potrebbe essere una buona soluzione.

Un ultimo pensiero va ai 7 milioni di cittadini che hanno deciso di andare a votare per dire sì a una giustizia giusta. Ora si deve partire da loro per proseguire questa battaglia e per portare il tema della giustizia in parlamento.

Parliamo di elezioni

Ma ora veniamo alla questione più importante: le amministrative. Partiamo da una considerazione generale: il vero vincitore di questa tornata elettorale è Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia in generale. Il partito è infatti cresciuto, soprattutto al nord, consolidando il trend nazionale e superando anche nel profondo Nord il (quasi)amico Salvini. Ormai è Meloni la leader indiscussa del centrodestra, tanto che ormai parla e si atteggia come tale.

Meno bene il Partito Democratico che pur rimanendo il primo partito italiano sconta una serie di alleanze poco efficaci che, in alcuni comuni, hanno portato a una divisione che si è rivelata fatale. Penso in questo caso a Palermo, l'Aquila, La Spezia e Genova dove l'aver spostato verso i 5 stelle il baricentro ha portato alla sconfitta e alla consegna della città alla destra già al primo turno. Meglio le città dove si è trovato (in tutto o in parte) un accordo con i riformisti di Italia Viva e Azione/+Europa mettendo al centro un candidato serio e un programma credibile. Si vedano gli ottimi risultati di Lodi e Padova dove si vince al primo turno o i buoni risultati a Como, Parma, Verona dove il centrosinistra arriva primo ai ballottaggi.

Per quanto riguarda il polo riformista bisogna fare alcuni ragionamenti. Primo fra tutti queste amministrative hanno stabilito che esiste lo spazio per un'area draghi che può facilmente superare la doppia cifra. Detto questo bisogna però fare dei distinguo. Primo fra tutto dobbiamo essere chiari su una cosa: l'elettorato di riferimento delle varie forze riformiste è il medesimo, e ciò lo dimostra il fatto che, mediamente, dove va bene Italia Viva vanno meno bene le liste di Azione/+Europa e viceversa. Questo dimostra la necessità di costruire un'alleanza che metta insieme quelle forze liberali e riformiste che oggi si rivedono nell'agenda Draghi, a partire da le forze politiche sopra citate ma anche estendendo l'orizzonte alle realtà civiche e associazionistiche. Continuare ad andare divisi non ha senso, se non disperdere gli elettori e indebolire l'area liberaldemocratica. Altra questione da tenere presente è la scelta dei candidati. Azione ha fatto grandi risultati ma spesso, a trainare questo consenso, sono stati i candidati sindaco scelti. Spesso essi hanno dietro di sé una lunghissima carriera politica che ha sicuramente aiutato a raggiungere tali percentuali. Giusto per fare un esempio pensiamo al candidato di Azione/+Europa di Palermo Ferrandelli: nel 2012 si candida a sindaco alla guida della coalizione di centrosinistra riuscendo ad arrivare al ballottaggio con Orlando. 5 anni dopo, nel 2017, sostenuto da Forza Italia e pezzi del centrodestra, prendeva il 31%. Oggi invece, appoggiato da Calenda e Della Vedova, prende il 15%. Se guardiamo invece i risultati della lista in coalizioni più ampie dove magari non esprimeva il candidato presidente ecco che i risultati sono ben più bassi rispetto a quelli tanto propagandati.

Ma veniamo ora a Italia Viva. Tutto sommato i nostri risultati sono stati buoni. Siamo stati determinanti nell'elezione di alcuni dei sindaci che abbiamo sostenuto come Bucci a Genova, Furegato a Lodi e Giordani a Padova, così come siamo abbiamo dato il nostro contributo per far arrivare altri candidati sindaco al ballottaggio: penso a Barbara Minghetti a Como, Michele Guerra a Parma e tanti candidati e candidate in giro per l'Italia. Da citare alcuni ottimi risultati come il 7% a San Donato Milanese e a Carrara, il 3,5 a Lucca e Como, il 12% a Buccinasco e il 5% a Magneta. Oltre agli ottimi risultati della altre liste civiche di cui Italia Viva ha fatto parte.

Ma veniamo ora ai grandi sconfitti di queste amministrative. No, non sto parlando di Salvini che dall'insolazione del Papeete non ha fatto altro che perdere consensi e lucidità politica. Parlo del Movimento 5 Stelle che segna l'ennesimo risultato negativo nonostante la presenza di Conte che pareva dovesse ribaltare l'emorragia di voti cominciata dall'ingresso nel governo giallo-verde nel 2018. Da notare come a Rieti Conte ha tentato di pesare il suo marchio presentando una lista chiamata CON TE e prendendo meno del 2% (e poi dicono di noi).

I dati sono significativi, soprattutto se comparati coi risultati di 5 anni prima che segnano in modo inequivocabile la scomparsa dei grillini che perdono in tutti i comuni al voto subendo le sconfitte più dolenti proprio in quei territori che, negli anni passati, erano stati culla del grillismo. Si guardi a Genova dove 5 anni fa, con il loro candidato, superavano il 18% mentre oggi si fermano al 4%, oppure a Palermo che passa dal 13% del 2017 al 7% di oggi. Pensate poi che a Parma, dove nel 2012 vincevano sostenendo Federico Pizzarotti (che poi, essendo bravo, è stato cacciato per evitare che facesse sfigurare i vari Sibilla, Lezzi e Toninelli) oggi non hanno nemmeno presentato la lista. Ora Conte può dire quello che vuole e può cercare di scaricare la colpa sulla mancanza di organizzazione locale ma la verità è una e una sola: i 5 Stelle hanno perso la fiducia dei cittadini, a livello locale come nazionale. Spero che il PD si renda conto di ciò e tagli il cordone ombelicale che li lega indissolubilmente ai grillini. La sinistra o è riformista o non è.

Conclusione

Da qui a un anno sicuramente il panorama politico italiano cambierà ulteriormente. Difficile dire oggi come sarà la scheda che ci troveremo alle elezioni del 2023. Sicuramente stanno cambiando sia le composizioni che gli equilibri di forza delle due coalizioni che si stanno opponendo in questo bipolarismo forzato e questo può portare agli esiti più vari. Siamo di fronte a un sobbollire di forze e spinte che mi fanno immediatamente pensare ai quadri futuristi dove assistiamo alla nascita di un’arte fortemente dinamica, espressione di una nuova società urbanizzata e industrializzata, capace di fornire nuovi miti portatori di una nuova bellezza primo fra tutti la velocità.

Vi saluto e vi mando un abbraccio virtuale

Luca

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Post scriptum

Domani alle 19 sarò nuovamente in diretta con il mio amico Samuele per parlare del Reddito di Cittadinanza e dei motivi che ci portano a sostenere il referendum sulla sua abolizione. A proposito, avete già riascoltato le nostre dirette che ora sono disponibili anche su Spotify? Se non lo avete ancora fatto vi lascio il link.