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A ruota libera #021
Uno spazio aperto di riflessione su quanto accade intorno a noi
Il male dell'attivismo performativo
Due vicende mi hanno particolarmente colpito negli ultimi giorni. Da una parte le ragazze che, in una manifestazione pro-choice, hanno attaccato l'ex presidente della Camera Laura Boldrini, e dall'altra le critiche mosse da una parte della comunità LGBT+ rispetto all'approvazione della Strategia nazionale contro le discriminazioni.
Ma ansiamo con ordine

Riportiamo il calendario al 29 settembre scorso. Giorgia Meloni ha appena vinto le elezioni e per la giornata internazionale per l'aborto sicuro il gruppo Non una di meno ha organizzato una manifestazione pro aborto nella capitale. Tutto procede liscio fino a quando un gruppo di giovani sedicenti attiviste (su questo torniamo dopo) ha contestato duramente l'ex Presidente della Camera. Ovviamente il tutto a favore di telecamera.
L'accusa era molto semplice: "lei non rappresenta nulla". Ma come mai tanto astio? Come mai si arriva a vedere come un proprio nemico una donna che ha passato tutta la sua vita a difendere i diritti delle altre donne? Stando alle giovani contestatrici l'onorevole Boldrini rappresenterebbe una sinistra lontana dai bisogni delle persone comuni, disinteressata agli ultimi e chiusa nei propri palazzi. A far scattare la scintilla l'accusa di aver avallato la decisione dell'ex Ministro della sanità Lorenzin di aver reso a pagamento cinque farmaci anticoncezionali prima a carico dello stato.
Ora non voglio entrare nel merito di una contestazione che condivido (e che dovremmo anche allargare al fatto che gli anticoncezionali, oltre a essere gratuiti, devono essere conosciuti e spiegati soprattutto ai più giovani) ma vorrei concentrarmi sul metodo della lamentela. Nel momento in cui sale al potere la destra più radicale dalla nascita della Repubblica ad oggi che, dove governa (si vedano le Marche), impedisce in ogni modo l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza il problema, siamo onesti, non è Laura Boldrini. La polemica, oltre a essere inutile, diventa anche dannosa nel momento in cui crea una spaccatura all'interno del movimento pro-aborto in un momento in cui, al contrario, l'unità e la compattezza del movimento è fondamentale

Passiamo ora alla Strategia nazionale LGBT+ approvata qualche giorno fa dal Consiglio dei Ministri. In un paese come il nostro, dove sui diritti siamo indietro di anni rispetto al resto dell'Europa, una notizia del genere avrebbe dovuto generare soddisfazione, e invece no. Sembra strano ma qualche esponente della comunità LGBT+ non ha mancato occasione di deliziarci con le proprie lamentele.
Quello che ai manifestanti di Stonewall da divano non è andato giù e che alla guida del dicastero che ha emanato la Strategia ci fosse Elena Bonetti. Si perché non si può riconoscere alcun merito a una ministra di Italia Viva che viene ancora considerata la responsabile dell'affossamento del ddl Zan (per chi volesse approfondire trova nelle mie storie in evidenza una cartella dedicata proprio a questo tema) e di tutti i problemi della comunità LGBT italiana. Per delegittimare l'attività del governo so è detto che a dettare la linea è stata l'Unione Europea e che, di fatto, il governo non ha mosso un dito (ignorando che si è iniziato a parlare di Strategia più di un anno fa e che, a discuterne, erano presente più di 60 associazioni).
Ma cosa accomuna queste due situazioni? Molto semplice: in entrambi i casi si tratta di attivismo performativo. Con questo termine si descrivono quegli "attivisti" che, più che battersi per delle battaglie e dei valori perché intrinsecamente convinti della loro importanza, portano avanti il proprio brand personale (o del loro gruppo/associazione/collettivo ecc.). È proprio questa tendenza a guardare solo e soltanto al proprio orticello che ha portato il mondo dei difensori dei diritti e delle libertà civili a scindersi in una miriade di sigle diverse che, divise le une alle altre, sono incapaci di fare fronte comune per portare a casa risultati tangibili.
Giornata internazionale della salute mentale
Ieri era la giornata mondiale della salute mentale, un tema di cui ancora oggi si parla troppo poco, nonostante le battaglie che da anni si stanno facendo per sensibilizzare l'opinione pubblica e nonostante il covid sembrasse aver portato il benessere psicologico in cima alle priorità del paese. Pesa ancora lo stigma sociale su chi sta male e la vergogna che da esso si genera su chi vorrebbe chiedere aiuto. Una vergogna che porta tanti, troppi, a nascondere il proprio disagio e il proprio malessere, con conseguenze che possono essere irreparabili.
Tra questi tanti ci sono anche io. O almeno ci sono stato per un lungo periodo della mia vita. Ci ho messo infatti mesi ad ammettere a me stesso, prima ancora che agli altri, di stare male. Non è stato affatto facile.
Ma alla fine, anche grazie all'aiuto di chi mi è sempre stato affianco, nella primavera 2019, ho iniziato un percorso di psicoterapia che è durato fino all'inizio di quest'anno. È stato un percorso complicato, faticoso dove più volte ho pensato di mollare. Perché fare psicoterapia vuol dire, prima di tutto, affrontare sé stessi, i propri demoni e le proprie paure. È anche stato un percorso costoso. E lo dico perché, a differenza della salute fisica, quella psicologica è lasciata a carico dei cittadini portando molti a non potersi permettere di intraprendere un percorso terapeutico adeguato (anche a causa della sua durata prolungata nel tempo).
Dopo quasi tre anni di terapia devo ammettere che è stata la scelta migliore che potessi fare e che senza questo percorso non sarei arrivato al punto in cui sono oggi. Alla fine, dopo aver grattato il fondo del barile, sono riuscito a risollevarmi.
Ora sto bene? Si. Non avrò più crisi o ricadute? Molto probabilmente no. Starò male di nuovo ma avrò gli strumenti per affrontare la situazione. E soprattutto avrò la consapevolezza che chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma un gesto di forza e di amor proprio.
Combattiamo lo stigma, normalizziamo il chiedere aiuto. Perché la salute mentale ha la stessa importanza di quella fisica, e nessuno deve sentirsi in difetto a chiedere aiuto.

Conclusione
Spero che perdonerete questa newsletter che dà molto spazio alla mia storia personale più che all'analisi della situazione politica (che risulta particolarmente complessa tra il governo Meloni da formare, la guerra in ucraina che non accenna a calmarsi ecc.) ma ritenevo fosse un tema importante di cui parlare.
Vi saluto e vi mando un abbraccio virtuale
Luca
(Chi volesse seguirmi anche sulle mie varie pagine social per non perdersi nulla può farlo da qui:👉🏻https://linktr.ee/Luca.Bellinzona )
Post scriptum
Due giorni fa era la giornata dedicata alla sicurezza sul lavoro e la situazione è preoccupante. Nei primi 8 mesi del 2022 si stima una media di quasi tre vittime al giorno. Un bilancio pesantissimo che ci deve far riflettere profondamente su quali provvedimenti prendere per contrastare e mettere finalmente la parola fine a questo fenomeno. Non è normale nel 2022 continuare a morire sul lavoro. Questo è poi un tema che ci deve interessare in prima persona visto che, la nostra regione, detiene il record negativo di morti bianche con 107 decessi accertati.
