A Ruota Libera #37

Sulle difficoltà del mondo riformista

La grande frattura del mondo riformista

Fino a qualche tempo fa avrei detto che il più grande elemento destabilizzante all’interno di quell’amalgama di partiti, realtà civiche e associazioni che si definiscono riformisti fosse legato alle alleanze. Pensavo che la grande frattura fosse tra chi si sente più vicino al centrosinistra e chi, legittimamente, pensa che la strada sia con il centrodestra. E questo vale a livello nazionale come a livello europeo: tra chi pensa che la soluzione sia proseguire con l’alleanza storica PSE-Renew Europe-PPE, e chi invece guarda con interesse alla sempre più stretta alleanza tra i popolari e il gruppo conservatore di ECR (di cui fa parte, tra gli altri, il partito della Premier Meloni).

Ma le divergenze non si possono ridurre solamente a una contrapposizione tra riformisti di destra e di sinistra. No, così sarebbe un modo troppo facile per affrontare un problema molto più complesso e che ha radici ben più profonde.

Credo che sia sempre più chiaro che a opporsi siano due visioni radicalmente diverse, per non dire diametralmente opposte. Da una parte c’è chi si rifà al mondo laico, radicale e progressista e sul versante opposto troviamo chi ha come riferimenti il cattolicesimo democratico e il popolarismo. Sembrano differenze da poco, superabili mettendo al centro le questioni che ci accomunano (lavoro e non assistenzialismo, federalismo europeo, taglio delle tasse ecc.) e seguendo il mantra della “libertà di coscienza”. Ma la verità è che, ancora ancora finché si resta all’opposizione, ma nel momento in cui (come tutti ci auguriamo) i riformisti dovessero tornare al governo, queste differenze di valori e di riferimenti diventerebbero difficili da tenere insieme.

Come si può tenere insieme chi ha come riferimento il Partito Radicale di Marco Pannella e chi la Democrazia Cristiana? Quale può essere il punto di incontro tra chi sostiene le battaglie dell’Associazione Luca Coscioni e chi invece guarda a ProVita&Famiglia? Perché è vero che su molti punti c’è sintonia, ma non di sola libertà economica sono fatti i riformisti. Quanto si può pensare di andare avanti senza avere una posizione comune su temi sentiti (soprattutto per l’elettorato più giovane) come accoglienza e migrazione, diritti e libertà individuali, laicismo dello stato e potrei continuare.

Parlo poi a livello puramente personale. Per chi mi conosce temi come i diritti e le libertà civili per me sono pilastri del mio fare politica. E faccio fatica a pensare di restare in una casa in cui questioni che per me sono essenziali vengono derubricate a punti secondari su cui il partito non intende metterci la faccia.

Elogio a Cottarelli

Ieri Carlo Cottarelli, senatore eletto nelle liste del Partito Democratico, ha annunciato che si dimetterà dal Senato. A pesare non solo una sempre maggiore divergenza rispetto alla nuova linea politica (e quindi anche economica) della neosegretaria Schlein, ma anche una proposta presentatagli dall’Università Cattolica di Milano per portare avanti un progetto di educazione finanziaria nelle scuole.

Ora non mi voglio soffermare più di tanto sulle motivazioni ma vorrei fare un ragionamento intorno alla scelta di dimettersi e non, come altri hanno fatto (da ultimo Borghi), di cambiare gruppo parlamentare. Sì, perché se mettiamo da parte la questione degli impegni accademici, la divergenza rispetto alla linea del nuovo Partito Democratico si sarebbe potuta risolvere cambiando gruppo parlamentare. Probabilmente aderendo alla componente +Europa o al gruppo Azione-Italia Viva avrebbe trovato un’ambiente politico decisamente più affine alle sue posizioni. Ma come ha giustamente detto Cottarelli, essendo stato eletto in quota proporzionale, le persone che lo hanno votato hanno votato prima di tutto Partito Democratico, ed è giusto che siano rappresentati da un senatore del Partito Democratico.

Certo non tutti hanno condiviso la sua scelta di galateo istituzionale. C’è chi l’ha accusato di aver tradito il suo mandato e chi che avrebbe dovuto portare avanti le sue idee perché, anche se nella quota proporzionale, i voti presi dal PD nel collegio sono dipesi anche dalla sua presenza.

Quello che però credo che dovrebbe farci preoccupare non è tanto la sua scelta in se, ma il fatto che sempre più spesso ormai gli esponenti più competenti (soprattutto in campo economico) si allontanino da una politica. Questo perché sempre di più la politica italiana si riduce a uno scontro urlato e ideologico tra fazioni diverse, con voti dati in basi all’appartenenza politica (se sei maggioranza voti seguendo il parere del governo, se sei opposizione voti all’opposto) senza mai soffermarsi sul merito delle proposte. Un modo di fare politica che non fa altro che abbassare la qualità del dibattito pubblico e polarizzare il confronto politico. Credo che se vogliamo riuscire a ridare dignità e credibilità alla politica, questo sia uno dei temi da affrontare.

Conclusione

Credo che questo periodo sia uno dei più difficili a livello personale. Fare politica per passione si scontra con logiche che rispondono solo ad equilibri di potere e di partito che faccio fatica a comprendere. Per me politica è avere il coraggio di portare avanti una visione del paese che si ha in mente. Il coraggio di non fare ciò che piace ma quello che si ritiene giusto. E oggi mi sembra che sempre più spesso invece a prevalere siano i tatticismi fini a sé stessi.

Vi saluto e vi mando un abbraccio virtuale

Luca

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Post Scriptum

Bene l’apertura di Giorgia Meloni alle opposizioni sul tema delle riforme costituzionali. Le regole del gioco si scrivono tutti assieme. Per questo sono molto contento che il gruppo Azione-Italia Viva abbia deciso di partecipare alla discussione senza preconcetti e portando avanti quelle proposte che da anni ribadiamo (anche riprendendo e ampliando quanto proposto nel 2016): superamento del bicameralismo paritario e sindaco d’Italia.